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Aung San Suu Kyi PDF Stampa E-mail
Lunedì 29 Novembre 2010 14:12

La versione integrale di questo articolo uscirà il 16 dicembre in tutte le edicole, il numero che si occuperà degli USA, dedicherà uno speciale alla liberazione di  Aung San Suu Kyi.
Con un'intervista di Carlo Maddalena e foto del vincitore del worldpress photo (foto dell'anno 2009) Pietro Masturzo

Yangoon. "Voterai alle prossime elezioni?", la mia prima domanda è sempre la stessa. La rivolgo a decine e decine di persone nella settimana che precede le votazioni, qui in Myanmar. E' una domanda vietata, che posso fare solamente in posti sicuri, rivolgendomi con cautela agli intervistati, perché in questo paese, che a volte sembra un'immensa prigione senza sbarre o pareti, parlare di politica, a qualsiasi livello, sia pure in tono colloquiale, da bar, per intenderci, può costare anni di detenzione. Ciò che è sicuramente illuminante, però, è che la risposta sia sempre la stessa: "No, non mi interessano" [...].

La seconda domanda ricorrente non è una domanda, ma l'eco di un nome che mi basta sussurrare, Aung San Suu Kyi, e da solo basta per ottenere reazioni significative. E non mi riferisco tanto alle dichiarazioni a sostegno della democrazia e della libertà che ho potuto raccogliere in risposta, quanto più al potere alchemico di trasformazione che questo suono sortisce sui visi della gente non appena viene emesso.
E’ in questo suono e nella data prevista per il rilascio della “Lady” che sono concentrate tutte le aspettative delle persone che ho avuto la possibilità di intervistare. E’ difficile comprendere cosa rappresenti questa donna per il suo popolo, perché sarebbe riduttivo pensare esclusivamente al suo potere simbolico o alle sue innegabili capacità di catalizzare le energie dei sostenitori, che ne attendono da anni il ritorno.
Sono le 17.15 del 13 novembre quando le transenne che costituiscono il blocco stradale vengono finalmente rimosse. L’eccitazione della gente è all’apice, la poca energia risparmiata dopo lunghe ore di snervante attesa si libera e si moltiplica in un momento, la corsa è smodata, gioiosa, liberatoria. La polizia si ritira giusto in tempo per non essere travolta, mentre la folla si raccoglie e si accalca fuori dal cancello dell’abitazione. I presenti non riescono a trattenere l’emozione, alcuni piangono, altri si abbracciano, quelli seduti vicino a me mi guardano con occhi lucidi: «we are happy», continuano a ripetermi in un inglese stentato. Ci sediamo tutti per terra e quando il volto di Suu Kyi fa capolino dal cancello dell’abitazione si scatena un delirio di applausi e grida. L’emozione è tangibile e, per qualche momento, lo spazio di cui disponiamo si riduce e siamo tutti schiacciati gli uni contro gli altri a contemplare il sorriso che da anni terrorizza chi governa questo paese con la paura.
Nei giorni che hanno seguito la liberazione ho avuto la fortuna di assistere alle prime uscite pubbliche di Aung San Suu Kyi. Durante quei giorni così intensi ho avuto occasione di conoscere molti colleghi giornalisti e anche un ingegnere francese molto particolare, François Epinat, che seguiva con passione e assiduità lo svolgersi degli eventi per semplice interesse personale. Mentre cercavo senza sosta di ottenere un'intervista privata con Aung San Suu Kyi, l'intelligence birmana mi seguiva: dopo giorni di pedinamenti, fughe e travestimenti è riuscita a identificarmi e mi sono trovato nella spiacevole condizione di dover lasciare il paese dopo essere stato inserito nella blacklist degli indesiderati. Prima di decollare da Yangoon ho lasciato le mie domande per la "Lady" a François riponendo in lui le mie ultime, flebili speranze. Poche ore dopo, a Bangkok, ho ricevuto una email telegrafica contenente l’insperato file audio dell’intervista. Inutile raccontare il mio dispiacere professionale e personale per aver mancato di condurla personalmente, ma sono contento di poter adesso divulgarne il contenuto grazie all'aiuto di questo turista molto speciale.

Durante il suo primo discorso pubblico dopo il rilascio ha spesso usato il termine riconciliazione. Potrebbe dirci precisamente cosa intende con “riconciliazione”?

Il punto è che in questo paese coesistono molte opinioni differenti, alcune radicalmente in contrasto tra loro. La parola riconciliazione rappresenta il tentativo che noi dobbiamo fare di pacificare questi punti di vista profondamente diversi che stanno impedendo al nostro paese di diventare una nazione unita e prospera.
[...]

Quale ruolo ritiene che la comunità internazionale possa ricoprire nella democratizzazione del suo paese?

Io credo che la comunità internazionale possa avere sicuramente un peso e un ruolo importante, ma la reale responsabilità di ciò che sarà resta a noi Birmani. Siamo noi a dover svolgere il grosso del lavoro, nostro è il dovere di cambiare il paese. Cionondimeno il sostegno della comunità internazionale, sia esso rappresentato dalla solidarietà o da un aiuto concreto, è molto significativo per noi, e può esserci di grande aiuto. E’ molto importante che tutti gli sforzi siano coordinati. Si è molto più efficaci quando si organizzano e si armonizzano le forze, in modo da incanalarle in un flusso unitario e potente.

Qual è il motivo per cui, secondo il suo parere, il governo ha organizzato queste elezioni?

Cercano di legalizzare lo status quo. Questa è la ragione per cui sono state pensate e messe in atto. Lo scopo della giunta è di ottenere la legittimità che, in quanto regime militare, non aveva. Dal modo in cui è andato il voto, pero’, non mi sembra che la gente abbia creduto a questa operazione o che abbia condiviso il loro modo di vedere le cose.

In questo paese, per milioni di persone lei rappresenta la speranza. Come fa a convivere con questa grande responsabilità?

Quando ci penso – e sono obbligata a pensarci spesso – cerco di concentrarmi sulla risposta più semplice. Tante persone ripongono in me la loro speranza e le loro aspettative, “lavora duramente” mi dico. Sono sempre stata un’amante della disciplina, cerco di mantenermi per quanto possibile in buona salute, e la salute mi dà l’energia sufficiente ad affrontare tutto questo.

A causa delle sue convinzioni politiche, lei ha perso sia i suoi diritti come madre e come moglie sia la sua libertà personale. Se potesse tornare indietro rifarebbe le stesse scelte?

Probabilmente lo rifarei, perché sento e ho visto da vicino quanto il mio popolo soffre e ha sofferto. E’ innegabile che da un punto di vista personale sarebbe difficile accettare a priori le rinunce a cui sono andata incontro. Se avessi immaginato quanto sarebbe stata dura, avrei rimpianto la mia famiglia e i miei figli. Ma se avessi saputo a priori queste cose, allora avrei anche saputo di tutte le sofferenze destinate al mio popolo, quindi credo che, in ogni caso, avrei scelto di resistere.

 

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Ultimo aggiornamento Martedì 07 Dicembre 2010 17:23
 
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